Cameron e Sarkozy sono in tour a Tripoli
La guerra in Libia è ancora tutta da vincere
Cameron e Sarkozy da questa mattina sono Tripoli, accompagnati rispettivamente dal ministro degli Esteri, William Hague, e da Bernard-Henry Levy, tra i più attivi sostenitori dell'intervento a sostegno dei ribelli libici. I due leader avranno colloqui con i responsabili politici degli insorti del Consiglio Nazionale di Transizione. Si parlerà dei progressi che sta compiendo il processo di stabilizzazione e delle difficoltà per piegare le ultime sacche di resistenza dei lealisti. Cameron presenterà poi il pacchetto di aiuti predisposto per i ribelli.

Questa è la prima visita di capi di stato stranieri nel dopo Gheddafi, ma non è l’unica: oggi a Tripoli è atteso anche Erdogan, che in mattinata ha già raccolto ovazioni all’aeroporto di Tunisi, e proseguirà nel pomeriggio il suo tour tra le primavere arabe. Non si sa se a Tripoli il leader turco incontrerà Cameron e Sarkozy. I due sono impegnati a celebrare la vittoria dell’Alleanza atlantica sulle forze lealiste: oltre ai colloqui con il Cnt visiteranno un ospedale e terranno un discorso a piazza della Libertà.
Dietro la facciata celelbrativa di una vittoria non del tutto consolidata (Gheddafi è in fuga, i lealisti non hanno deposto del tutto le armi) si agitano però parecchi dubbi: l’accordo segreto tra Sarkozy e i ribelli sul 35 per cento del greggio della Libia, la “Oil team” di Cameron, le tensioni tra i ribelli, le infiltrazioni islamiste. Gli effluvi della "guerra profumata" (come l'avevamo definita ai suoi esordi, per la patina di umanitarismo con cui erano stati erano coperti gli interessi elettorali e petroliferi anglo francesi) incensano anche la ricostruzione.
Nella corsa per il dopo Gheddafi, Nicolas Sarkozy e David Cameron si danno battaglia per incassare i dividendi di un cambio di regime a Tripoli. Ma, come con il riconoscimento del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) e le prime bombe sulla Libia in marzo, l’Eliseo aveva omesso di comunicare le sue iniziative al premier britannico [continua a leggere l'editoriale]
Per la Nato la campagna libica rischia di rappresentare il canto del cigno. Dopo dieci anni di conflitto afghano, dal quale l’Alleanza atlantica conta di sfilarsi entro il 2014, la guerra libica ha messo in luce tutte le debolezze e le contraddizioni di un’alleanza militare incapace persino di chiamare la guerra con il suo nome. Nelle note di linguaggio dei comandi alleati l’operazione Unified Protector è definita “operazione a protezione dei civili”. Oltre 20 mila sortite aeree delle quali più di 8 mila di attacco con più di 500 missili da crociera e alcune migliaia di bombe sganciate sulla Libia (poco più di 500 delle quali lanciate dai jet italiani) rappresentano uno sforzo non irresistibile per le potenzialità (almeno quelle sulla carta) della Nato ma di certo sufficiente a far rientrare l’intervento nella definizione di guerra come dimostrano oltre un migliaio di civili uccisi secondo fonti lealiste [continua a leggere l'articolo di Gianandrea Gaiani]
E’ evidente che la nuova Libia dovrà fare i conti con una situazione di forte attrito a occidente, per ragioni di potenza regionale e di politica petrolifera. Algeri teme infatti una nuova Libia testa di ponte nel Maghreb della Francia e della Nato alle proprie frontiere. Una Libia in cui oggi si sente – a scorno delle illusioni illuministe dei tanti Bernard-Henri Lévy – il peso degli islamisti (come si è visto con la bozza di Costituzione shariatica) e in cui tra le forze ribelli c’è uno “sceiccato islamico di Derna”, affiliato ad al Qaida. Una Libia sempre bisognosa della determinante protezione militare della Nato e probabilmente in preda a strascichi di quel conflitto tribale che oggi impropriamente passa per rivoluzione. Una Libia che quindi dovrà sviluppare una politica petrolifera subordinata all’Europa, opposta a quella “rialzista” sempre praticata da Algeri [continua a leggere l'articolo di Carlo Panella]